Le stime sull'impatto dell'AI sull'economia variano di ordini di grandezza. Un modello di Anthropic Institute le riduce a cinque numeri: ecco i tre scenari possibili al 2030 e cosa osservare da qui a due anni.
Prova a chiedere a dieci economisti quanto cambierà l'economia americana per colpa dell'Intelligenza Artificiale entro il 2030. Otterrai dieci risposte diverse, e il problema non è che alcuni abbiano ragione e altri torto: è che probabilmente useranno dieci metodi diversi per arrivarci.
Alcune stime dicono che l'AI aggiungerà una frazione di punto percentuale alla crescita. Altre parlano di una trasformazione paragonabile alla rivoluzione industriale. La forbice tra le previsioni pubblicate non è di qualche punto, è di ordini di grandezza, ed è quasi impossibile capire chi stia sbagliando qualcosa e chi stia semplicemente immaginando un futuro diverso.
Un working paper uscito a settembre 2026, firmato da un gruppo di economisti tra cui Anton Korinek e Charles Jones e pubblicato dall'Anthropic Institute, prova a risolvere esattamente questo problema. E lo fa costruendo un modello che spiega come l'AI trasferisce valore dentro un'economia - tra lavoratori e proprietari del capitale, tra chi viene sostituito e chi viene potenziato.

Il modello parte da un'osservazione semplice: il lavoro si può scomporre in compiti (task), e ogni compito viene svolto o da una persona o dall'AI, a seconda di chi lo fa a costo minore - proprio come un'azienda decide se un certo processo conviene farlo in casa o esternalizzarlo. Bastano cinque numeri per descrivere quanto l'AI ha cambiato l'economia in un dato momento.
Messi insieme, questi cinque numeri non prevedono nulla, ma descrivono una posizione. E la parte cruciale è nel modo in cui il modello li trasforma in salari, occupazione e profitti.

Ogni volta che l'AI abbassa il costo di svolgere un compito, quel guadagno deve andare da qualche parte. Il modello lo assegna secondo una regola quasi contabile: i ricavi si dividono sempre tra chi lavora e chi possiede il capitale (server, data center, infrastrutture), e se una fetta cresce, l'altra per forza si restringe.
Chi vince questa spartizione dipende da quanto in fretta si può costruire nuovo capitale. Se i data center si possono ampliare rapidamente - capitale "elastico" - la domanda aggiuntiva di calcolo non fa salire troppo il suo prezzo, e la maggior parte del guadagno di produttività finisce nei salari.
Se invece il capitale è scarso e lento da espandere, chi lo possiede può chiedere un rendimento più alto, e i salari restano indietro anche se l'economia nel suo complesso cresce parecchio. È lo stesso meccanismo, in miniatura, che secondo molti economisti spiega il declino della quota di reddito che va al lavoro negli ultimi quarant'anni - solo che qui il "capitale scarso" non sono le fabbriche, ma i chip.
C'è un secondo bivio, altrettanto rilevante: cosa succede dentro il singolo compito automatizzato.
La stessa tecnologia, usata in un modo o nell'altro, produce economie radicalmente diverse. Gli economisti Acemoglu e Restrepo hanno un nome per il caso peggiore: la "so-so automation", tecnologia che automatizza un compito senza generare un guadagno di produttività abbastanza grande da giustificarlo.
Il risultato è meno lavoro, poco più output, e un salario medio che può persino scendere.

Per mostrare cosa produce questo meccanismo, gli autori alimentano il modello con tre insiemi di ipotesi, che gli stessi autori dicono chiaramente non essere previsioni in competizione, ma tre modi di popolare gli stessi cinque numeri, e a cui non assegnano alcuna probabilità.
E quando gli stessi autori hanno chiesto a quasi 11.000 adulti americani cosa si aspettano dall'AI entro il 2030, la risposta mediana - tradotta negli stessi cinque parametri - è finita quasi esattamente nello scenario sostanziale.
Il pubblico, in media, non immagina né l'irrilevanza né l'apocalisse, ma qualcosa che assomiglia, nei numeri, a un'altra grande rivoluzione tecnologica del passato recente.

Questo strumento non prevede quale dei tre mondi si realizzerà. Non include rischi catastrofici, crisi finanziarie o reazioni politiche. Tratta i lavoratori come intercambiabili all'interno di ciascun gruppo occupazionale, ignorando che un software engineer licenziato non diventa elettricista nello stesso pomeriggio, senza perdere nulla dell'esperienza accumulata.
E il canale che più ha alimentato l'immaginario delle "singolarità" - l'AI che accelera la propria stessa ricerca - nel modello resta minore quasi per costruzione, perché il guadagno di produttività per compito è un'ipotesi di scenario, non qualcosa che il modello fa emergere autonomamente.
In ogni caso, quasi tutta la divergenza tra i tre scenari si materializza dopo il 2027. Fino ad allora, i percorsi restano vicinissimi tra loro - nel 2026 modesto, sostanziale ed estremo sono quasi indistinguibili nei dati aggregati.
Questo significa chi oggi guarda la disoccupazione o il PIL e conclude "vedi, l'AI non sta cambiando nulla" sta guardando un indicatore che non può ancora dirglielo. La domanda giusta non è "cosa dicono i dati oggi", ma "quali segnali, misurabili adesso, anticipano quale ramo del bivio stiamo imboccando".

Cinque cose da tenere d'occhio nei prossimi due anni, che corrispondono esattamente ai cinque parametri del modello.

Anche nello scenario più estremo, il surplus generato dall'AI basterebbe abbondantemente a compensare chi perde salario o lavoro: servirebbe un trasferimento pari a circa il 9% del PIL, più o meno quanto pesano insieme Social Security e Medicare negli Stati Uniti. Ma quel meccanismo oggi "non è ancora stato progettato".
Significa che "che impatto avrà l'AI sull'economia" e "come distribuiremo i suoi effetti" sono due domande separate, e, mentre alla prima il modello prova a rispondere con un meccanismo esplicito, alla seconda nessun modello economico può rispondere da solo.
I prossimi due anni diranno in quale dei tre mondi stiamo entrando. Non diranno automaticamente se avremo costruito, nel frattempo, un modo per far arrivare i benefici a chi ne paga il costo.
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Simone Conversano - AI Transformation & Marketing Specialist - Datapizza