Chi ha in mano i dati sulla qualità dell'aria che respiri? O su quante farmacie ci sono nel tuo comune? O su dove sono i parcheggi pubblici della tua città?
La risposta, quasi sempre, è: un solo ente. E quell'ente, se non fa nulla, si tiene quel dato per sé. Gli Open Data nascono per rompere esattamente questa dinamica.
Cosa sono, davvero, gli Open Data?
La definizione tecnica dice che sono dati liberamente usabili, riutilizzabili e redistribuibili da chiunque, con al massimo vincoli minimi tipo l'attribuzione della fonte o la condivisione con la stessa licenza.
Ma non basta che un dato sia "pubblico" per essere open. Deve anche essere accessibile in formati leggibili dalle macchine - CSV, JSON, non un PDF scansionato buttato lì per dovere di trasparenza - perché qualcuno deve poterlo usare davvero per costruirci sopra.
Il framework teorico dietro a tutto questo è il Linked Open Data, l'idea (targata Tim Berners-Lee) che il modo corretto di mettere dati online sia usare protocolli che li facciano parlare tra loro, in modo che chiunque possa metterli in relazione e farci qualcosa di utile.

Ma perché dovrebbe interessarci?
Perché c'è un'asimmetria interessante alla base.
Chi può dirti quanti incidenti ci sono stati nel tuo comune? Solo il comune.
Chi misura la qualità dell'aria e dell'acqua di un territorio? Solo l'ente preposto (in Italia, l'ARPA).
Questi dati hanno un titolare unico, ma nel momento in cui vengono rilasciati come open data, diventano materia prima per un ecosistema molto più grande: app che informano i cittadini, analisi regionali o nazionali, servizi che nessuno aveva previsto quando il dataset è stato creato per la prima volta.
Pensaci: le posizioni delle farmacie, i parcheggi pubblici, le fontanelle di una città, gli orari dei trasporti, i bilanci pubblici, le statistiche demografiche, i dati ambientali.
Sono tutti dati "minori", presi singolarmente. Ma resi disponibili e incrociabili tra loro, diventano gli ingredienti di applicazioni e servizi che oggi diamo per scontati.

Trasparenza, ricerca, innovazione e nuovi servizi: il beneficio non è mai per chi rilascia il dato, ma per tutti quelli che ci costruiscono sopra - cittadini, ricercatori, startup, pubbliche amministrazioni.
Un esempio concreto: le dashboard sulla diffusione del Covid-19 che tutti abbiamo consultato ossessivamente nel 2020 erano quasi sempre applicazioni costruite sopra dataset resi aperti da enti sanitari e protezione civile.
Nessuno le aveva progettate in anticipo, sono nate perché qualcuno aveva reso disponibili i numeri in un formato utilizzabile.
Vale lo stesso per le app di mobilità che ti dicono in tempo reale a che ora passa il prossimo autobus: dietro c'è quasi sempre un'azienda di trasporto pubblico che ha scelto di rilasciare gli orari in un formato standard, invece di tenerli chiusi nel proprio gestionale interno.
Il problema, ovviamente, è che questa consapevolezza non è scontata. Bisogna convincere ogni singolo ente - comuni, province, protezione civile, aziende sanitarie - che vale la pena fare lo sforzo di rendere open ciò di cui sono gli unici titolari.

Non è (solo) un lavoro tecnico, è soprattutto un lavoro culturale: far capire che un dato chiuso in un cassetto vale zero, mentre lo stesso dato aperto può generare valore che l'ente stesso non immaginava.
E anche quando la volontà c'è, resta il lavoro sporco: mantenere i dataset aggiornati, usare formati coerenti, scrivere metadati decenti. Un dataset open ma abbandonato a sé stesso, non aggiornato da due anni, è solo un modo più elegante di dire "archivio morto".
Dietro ogni dataset aperto e ben fatto c'è qualcuno che ha deciso di fare quello sforzo in più, sapendo che il ritorno lo vedrà qualcun altro.
In Puglia questo lavoro culturale ha un nome: Opentusk.

Si tratta di un'iniziativa della Regione Puglia, con il supporto di InnovaPuglia, giunta alla terza edizione, che promuove la produzione e il rilascio di Open Data attraverso webinar tecnici rivolti a PA e privati (non solo il perché farlo, ma anche il come: portali, gestionali, best practice) ed eventi territoriali che hanno toccato finora Foggia, Bari e Taranto.
Il percorso 2026 chiude con la tappa di Lecce il 17 settembre, al Campus Ecotekne dell'Università del Salento, e con l'Hackathon finale il 1° ottobre a Bari, dove studenti, ricercatori e pubbliche amministrazioni trasformeranno in progetti concreti le idee raccolte lungo il percorso, sui temi di Salute, Ambiente, Territorio e Turismo.
Datapizza segue l'iniziativa con supporto tecnico ai webinar e supporto organizzativo (e tecnico, per l'Hackathon) agli eventi - perché quando il tema è far capire alla gente perché i dati aperti contano, quello è il nostro territorio.
Giacomo Ciarlini - CIO - Datapizza
Simone Conversano - AI Transformation Specialist - Datapizza